Il 23 e 24 novembre il Governo italiano ha ospitato la Conferenza di alto livello su migrazione e salute organizzata dall'Organizzazione mondiale della sanità. Vi hanno partecipato rappresentanti provenienti dai 53 Paesi dell' Oms Europa e da altre regioni. Il Ministro ha aperto i lavori il 23 con un indirizzo di saluto e li ha conclusi con l'intervento che riportiamo di seguito:

 

"Buongiorno a tutti. Vi ringrazio di essere venuti a Roma e ringrazio soprattutto Suzane Jakab che con l’organizzazione di questo meeting ci ha consentito di giungere all’elaborazione di un documento con il quale sono certa potremo fare un ottimo lavoro nei prossimi mesi. Io credo che i Governi che fanno parte dell’OMS, tutti i Governi europei, siano chiamati a dare delle risposte ai nostri cittadini ma anche al momento storico che stiamo vivendo. Dobbiamo avere la capacità di reagire in modo rapido ed essere consapevoli di quello che dobbiamo affrontare non solo nei prossimi mesi ma anche nei prossimi anni.

Siamo di fronte a un fenomeno migratorio che non rientra nell’ordinarietà dei flussi migratori con cui siamo stati abituati a confrontarci negli ultimi 20/30 anni.

Il mio Paese ha fuori dall’Italia 60 milioni di persone, vale a dire che c’è un'altra Italia che vive negli altri continenti nel mondo e questa è un esperienza che ci tocca da vicino e che ci da una sensibilità particolare per questo fenomeno.

Come Governi siamo chiamati a dare una risposta tempestiva sull’emergenza migratoria che sia capace di dare soluzioni a bisogni e necessità, di dare sicurezza per i rifugiati, per i migranti e per i nostri cittadini. Dobbiamo garantire un “sistema salute” e di accoglienza che ci permetta di dare risposte pratiche e concrete. Poi l’altra azione che dobbiamo mettere in campo è comprendere come affrontare i flussi che ci impegneranno per i prossimi decenni, con una riorganizzazione del mondo diversa da quella che noi conosciamo adesso. Dobbiamo cominciare a pensarci ora, forse siamo anche in ritardo, e credo che grazie ad organizzazioni come OMS, UNICEF, ONU, che non  a caso sono nate dopo i grandi conflitti che hanno scosso la nostra cultura, dobbiamo e possiamo fare tesoro dell’esperienza per riuscire a proporre un piano di azione globale sull’immigrazione che affronti il fenomeno sia dal punto di vista della sicurezza che della sanità mondiale e ritengo che dobbiamo cercare di agire sullo sviluppo sostenibile di Paesi nei quali le persone che oggi migrano potrebbero tornare a vivere. È un lavoro ambizioso, ma non penso che ce ne sia un altro.

Come Paese noi viviamo una condizione particolare, siamo un Paese di transito che è al centro di questi capovolgimenti globali soprattutto per quanto riguarda gli immigrati che vengono dall’Africa. Immaginatevi che per arrivare all’isola di Lampedusa dall’Africa con un semplice motoscafo si impiegano un paio d’ore, è una distanza breve, ci si può quasi toccare.

Purtroppo, siamo stati molto inascoltati, l’Italia aveva già dal 2011, in occasione del lancio del progetto PHAME 1, previsto correttamente sia gli itinerari della migrazione, che il numero delle persone coinvolte ipotizzando che ci sarebbe stato un serio problema umanitario. Non solo in Nord africa ma anche dall’Africa Subsahariana. Fummo poco ascoltati ma questo purtroppo è un vizio capitale a cui sono sottoposti tutti gli esseri umani, ci accorgiamo dei problemi solo quando ci mordono.

La situazione è oggi aggravata anche dall’evidenza di attività criminali organizzate, che gestiscono il traffico di esseri umani provenienti dall’Africa equatoriale, dal Medio Oriente e da ogni luogo dove i disastri naturali o provocati dall’uomo rendono ingestibili ambienti già fragili, con scarsità d’acqua, cibo non sufficiente e crollo della coesione sociale. Inevitabilmente, conflitti e tensioni sociali non fanno che acuire povertà e miseria già esistenti e causa prima della migrazione.

Le vittime di questa situazione cercano di approdare nei nostri porti, alla ricerca di asilo e di una vita migliore.

Mi preme sottolineare l’esigenza di una collaborazione articolata ed efficace da parte di tutti noi qui oggi.

E sono molto soddisfatta del modo in cui oggi la direttrice dell’Oms Europa Jakab ha condotto questi lavori e del modo in cui abbiamo elaborato questo documento conclusivo, che sarà oggetto di commenti ma che è già una prima importante base di lavoro concreta e pratica.

Ora vorrei darvi qualche dato:

Ad oggi nel 2015, più di 500.000 profughi e migranti hanno raggiunto vari paesi Europei, oltre ai quasi 2 milioni che hanno trovato rifugio in Turchia e ad altri 2 milioni ora in Libano e Giordania. In 250.000 hanno attraversato il mare, ovvero oltre il doppio del 2014.

Cominciano anche a delinearsi differenze consistenti fra migranti provenienti dal Medio Oriente ed in movimento verso i paesi dell’Europa centrale e coloro che continuano ad affluire via mare. Nel primo caso, si tratta di famiglie e di gruppi di popolazione organizzati, nel secondo si tratta principalmente di individui provenienti da una varietà di paesi in situazione di grave disagio, determinata da conflitti in corso o negletti, tensioni sociali, carestie e, comunque, condizioni di vita talmente pesanti da averli convinti ad affrontare i rischi e la spesa di una migrazione senza protezione e senza garanzia, alimentata solo dalla speranza.

Questo lo vediamo dai flussi dei bambini e delle donne, è un dato drammatico vedere minori, bambini e donne incinte che partono da soli e si cimentano in viaggi disperati, questo ci fa capire da cosa stanno fuggendo.

Per quanto riguarda le patologie che riscontriamo all’approdo nel nostro Paese o in navigazione, la situazione sta peggiorando: si sono quadruplicati gli interventi medici, con un forte aumento di patologie dermatologiche, ortopediche, neurologiche che richiedono molto più spesso che nel 2014 un ricovero ospedaliero.

In totale, poi, sono morte migliaia di persone in mare: le stime ufficiali parlano di 3.500 vittime nel 2015, analoghe nel 2014. Riteniamo che negli ultimi due anni il bilancio sia molto più alto potrebbe avvicinarsi, invece, a 10.000.

E’ un numero quasi equivalente a quello dei deceduti per Ebola, la recente epidemia per la quale abbiamo avuto una mobilizzazione mondiale di  miliardi di Euro e migliaia di operatori sanitari.  Perchè invece in questo caso tutto ciò non è accaduto? Anche questa è un emergenza mondiale e come tale va affrontata.

Emergono poi anche nuove problematiche dovute ad esempio al diffondersi del Poliovirus selvaggio principalmente, ma non esclusivamente, nelle zone del Medio Oriente, area dalla quale oggi proviene la seconda ondata migratoria. Siamo inoltre assediati dal virus della Febbre del Nilo Occidentale, che già ci porta a scarti importanti nelle donazioni di sangue e di organi, per cui la nostra rete di sorveglianza è allo stato di massima allerta nazionale. Ad oggi, almeno otto autorità regionali stanno effettuando controlli a tappeto, con particolare attenzione per la zona del Nord Italia.

La Dengue è alle porte e si stanno maturando anche le condizioni per una riemergenza della malaria, considerando i consistenti cambiamenti climatici che hanno contribuito anche a determinare la massa migrante.

Quindi c’è un tema della sostenibilità e della ricomparsa di malattie in aree dove non erano più, a causa di questi cambiamenti.

Ovviamente alle persone ed alle famiglie che fuggono dai conflitti presenti in queste parti del mondo è stato negato nei loro Paesi l’accesso ai servizi sanitari più essenziali, quali le vaccinazioni, a causa del crollo dei rispettivi sistemi sanitari nazionali.

Ecco per che per noi è estremamente importante effettuare vaccinazioni di massa sui migranti a prescindere dal Paese di provenienza perché questo ci mette in sicurezza nei nostri singoli Paesi.

Il precario stato immunitario dei migranti potrebbe contribuire alla diluizione della nostra immunità di gregge, con l’emergenza di pericolosi focolai epidemici ai quali rimangono esposti i cittadini  nei nostri paesi.

Si osserva un ritorno della tubercolosi, per cui stiamo lavorando a stretto contatto con l’OMS per stabilire reti di diagnosi e sorveglianza efficaci nelle zone di approdo. Abbiamo predisposto un meccanismo di sorveglianza rapido all’arrivo, che permette ai nostri operatori sanitari di prima linea di identificare casi potenziali di tubercolosi fra i migranti, potendoli isolare per una pronta diagnosi ed eventuale cura.

Tali esempi pongono in evidenza l’esigenza di riesaminare e rafforzare il Regolamento Sanitario Internazionale, noi lo stiamo facendo in Italia, perché cominciamo da casa nostra, ma questo è un tema che riguarda tutti  e sul quale ci dobbiamo impegnare anche a livello G7.

Dobbiamo ripristinare un clima di fiducia tra i paesi che collaborano,

L’Italia ha lavorato con coerenza su più tavoli, quali la Global Health Security Agenda lanciata dal Presidente Obama (per la quale assisteremo Egitto, Etiopia, Sierra Leone, Autorità Palestinese e Sudan), ed il G7, con gli impegni presi ad Elmau, che comprendono la salute dei migranti.

E’ mia intenzione insistere sull’adozione di una politica documentata ed efficace che risponda con l’azione a un recente articolo di fondo della rivista The Lancet della scorsa settimana,  “…la voce delle istituzioni sanitarie è stata tristemente debole o inesistente. continuano a tacere in merito alla salute dei rifugiati. Questa crisi andrebbe vista attraverso l’ottica della salute, con una maggiore focalizzazione sulla salute ed il benessere dei rifugiati”.

Da questo punto di vista voglio dire che noi ce ne stiamo occupando, c’è stata frammentarietà dell’azione a livello globale, presi anche dall’emergenza, ma è assolutamente necessario lavorare tramite la comunicazione. Spesso vengono veicolate informazioni non reali, io lo vedo dalle domande che ci fanno. Ad esempio, dopo  aver  testimoniato che l’Italia ha vaccinato 100 mila persone, e non abbiamo avuto un caso di epidemia, non ci si può venire a chiedere se nel nostro Paese c’è un’assistenza sanitaria adeguata. Questo cosa significa? Significa fare disinformazione che provoca panico nella popolazione che deve accogliere i rifugiati e questo complica estremamente il lavoro, alza il livello del conflitto sociale, ma soprattutto distoglie risorse, perché se noi non diamo una corretta informazione sui dati e non diciamo le cose come stanno, le risorse, sulla base dell’onda mediatica, vengono poi destinate verso cose non necessarie. Questo non ce lo possiamo permettere, le risorse sono poche e vanno gestite in modo oculato nel rispetto dei nostri cittadini e nel rispetto soprattutto di quelle persone che in estrema sofferenza arrivano nei nostri Paesi e che hanno la necessità di essere accolte in modo dignitoso e di poter usufruire dei nostri sistemi sanitari.

Il documento di questa Conferenza focalizza questi temi. I regolamenti sanitari sono pratici, concreti e mettono in atto un’omogeneità di interventi: circolazione di informazioni  come cartella clinica, vaccinazioni, sistema di tracciabilità del rifugiato e di quella che è la sua situazione sociale e clinica, ma soprattutto focalizzano l’importanza di una corretta informazione perché senza una corretta informazione rischiamo di fallire quella che è la nostra missione.

Faccio degli esempi sulla base di qualche dato: in Italia abbiamo ospedalizzato 900 persone, un numero non rilevante per il nostro servizio sanitario nazionale, questo vuol dire che non c’è stato un allarme, ci sono state normali azioni dovute alle condizioni di salute di persone provenienti dai viaggi della disperazione, spesso durati mesi. Questa è la situazione con cui abbiamo a che fare.

Durante la crisi di Ebola la popolazione italiana era terrorizzata dal fatto che attraverso i barconi potessero arrivare persone contagiate da Ebola. E questo era impossibile, lo abbiamo spiegato in tutti i modi. Abbiamo cercato di agire, e di far comprendere la situazione, basandoci sui dati reali.

I nostri sistemi di sorveglianza ci forniscono costantemente il profilo di salute sia della popolazione straniera infantile che degli stranieri di età compresa tra 18 e 69 anni, dandoci indicazioni precise su quali interventi di stabilizzazione, al di là della prima assistenza, siano necessari. Stiamo proponendo alla Commissione europea un progetto di raccolta e condivisione su piattaforma web multilingue di informazioni sanitarie, diagnostiche e terapeutiche standardizzate e validate, che possano accompagnare il migrante nella sua traiettoria di transito e sistemazione. Altrettanto stiamo predisponendo siti fisici e virtuali che garantiscano al migrante le informazioni che possano contribuire a tutelarne il diritto all’accesso ai servizi sanitari, rimuovendo ostacoli determinati da ignoranza, diffidenza o, peggio, discriminazione.

E’ in base a questa esperienza e a questa lettura della situazione che abbiamo proposto di inserire nell’agenda dell’Executive Board dell’OMS del prossimo gennaio il punto aggiuntivo relativo alla salute dei migranti. Auspico che da esso possa nascere una risoluzione che aggiorni la 61.17 dell’Assemblea Mondiale della Sanità del 2008.

L’Italia non si è tirata indietro anche quando era la sola a lottare per il salvataggio delle vite di tanti bambini, tante donne, tanti uomini. Ora che molti altri protagonisti si uniscono agli obiettivi e al programma che l’OMS ha orchestrato con sapiente equilibrio e con profonda conoscenza di procedure, vincoli, rischi, posso dichiarare la profonda soddisfazione di aver raggiunto lo scopo intermedio di aver catalizzato l’attenzione del mondo.

Io credo che possiamo fare nei prossimi tre mesi  un ottimo lavoro, e chiediamo con convinzione un chiaro ed evidente riferimento alla Conferenza di Roma ed alle conclusioni adottate nella Risoluzione "Foreign policy and global health" in discussione proprio in questi giorni a New York in vista della presentazione all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Mi rivolgo in particolare ai promotori del G77 e ai loro qualificati rappresentanti qui presenti, che tanto hanno contribuito al successo di questa Conferenza.

Credo che possiamo utilizzare questa Conferenza per avviare un percorso che utilizzi tutti gli appuntamenti che abbiamo di fronte per arrivare ad una condivisone di un nuovo piano di azione per tutti noi.

Ringrazio tutti per la discussione franca e autorevole e per lo spirito costruttivo con cui si è svolta. Per noi italiani è stato davvero importante. Finalmente dopo tanti anni sentiamo che siamo sulla buona strada per affrontare questo grande tema epocale che ci coinvolge tutti e riguarda il futuro della nostra società e delle future generazioni. Ma anche come noi sapremo affrontare questa crisi, che è una crisi sociale e umanitaria che coinvolge i destini di molti popoli  ed e anche una crisi di sicurezza.

Questa è la nostra risposta al terrorismo. E’ la nostra risposta a chi ci vuole far chiudere nelle nostre case, chiudere all’interno dei nostri confini incapaci di disegnare il mondo per cui abbiamo costruito queste organizzazioni internazionali, un mondo di pace di democrazia e di libertà e questo è il lavoro che ognuno di noi è chiamato a fare nella nostra quotidianità."

 

Vedi anche le pagine dedicate dall'Oms con resoconti e materiali informativi in inglese

Data di pubblicazione: 25 novembre 2015, ultimo aggiornamento 25 novembre 2015