24 febbraio 2021 - Camera dei deputati

Informativa del Governo

Comunicazioni del Ministro della salute sulle ulteriori misure per fronteggiare l'emergenza da Covid-19

Presidente, onorevoli colleghi, in un rapporto costante e positivo con il Parlamento, torno a riferire in Aula, consapevole che un raccordo stretto tra Governo e Parlamento è l'unica strada efficace per gestire questa emergenza sanitaria senza precedenti nella nostra storia. Sono qui doverosamente non solo per informare la Camera, ma anche e soprattutto per ascoltare con attenzione le valutazioni e le proposte che emergeranno dal dibattito che si svolgerà oggi.

La scadenza del DPCM vigente è prevista per il 5 marzo e il Governo è qui in Aula con largo anticipo, in ossequio alla normativa vigente, proprio per ascoltare con attenzione proposte e suggerimenti di tutti i parlamentari. Con lo stesso spirito, nei prossimi giorni, sarò nelle competenti Commissioni per proseguire, anche in quella sede, il confronto con tutte le forze politiche. Parallelamente, come avviene sin dalle prime ore dallo scoppio di questa terribile pandemia, continua il confronto con le regioni, le province autonome, l'ANCI e l'Unione delle province italiane. È chiaro a tutti che solo il comune lavoro di tutte le istituzioni può portarci a vincere la sfida che abbiamo dinanzi.

Questo dibattito è particolarmente rilevante perché è il primo che si svolge dopo il voto di fiducia e il conseguente avvio del nuovo Governo. Siamo con ogni evidenza in una situazione politica completamente nuova. A tal proposito, permettetemi di ringraziare il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella che, con autorevolezza, ha consentito al nostro Paese di uscire da una difficile crisi politica .

Adesso, superata la crisi con una maggioranza parlamentare larghissima, tutti dobbiamo sentire forte l'obbligo politico e civile di corrispondere positivamente alle ragioni sostanziali che hanno portato alla nascita di questo Esecutivo: fronteggiare con determinazione le gravi emergenze sanitarie, economiche e sociali che la pandemia ha determinato in Italia.

Mai come nella situazione che stiamo vivendo è terribilmente vero che il tempo, nell'affrontare i problemi, non è una variabile indipendente. Il Presidente del Consiglio, nel suo primo discorso in Aula, ha detto chiaramente che l'unità non è un'opzione, ma un dovere. Sono parole che hanno il pregio di non aver bisogno di essere interpretate. Di una unità vera, anche delle forze che oggi sono all'opposizione, abbiamo un'assoluta necessità per sconfiggere questo maledetto virus che ha stravolto le nostre vite.

Ho sempre sollecitato e auspicato una vera e propria coesione nazionale nella gestione dell'emergenza. Ripeto oggi le stesse parole, perché a mio avviso sintetizzano l'orientamento di fondo che deve guidare ogni giorno il nostro lavoro. Dal 20 febbraio, dai primi casi di Codogno un anno fa, è stato subito chiaro a tutte le persone responsabili e di buona volontà che senza uno sforzo unitario delle istituzioni repubblicane e di ogni cittadino non si sarebbe arginato né tantomeno sconfitto questo nemico incredibilmente forte che all'improvviso ci ha costretto a rinunciare a libertà personali che ritenevamo inattaccabili e ha colpito duramente le nostre attività sociali ed economiche. Non c'è altra strada diversa dall'unità per affrontare l'emergenza sanitaria, economica e civile più grande che abbiamo conosciuto dal Dopoguerra.

Siamo nell'ultimo miglio, ad un passaggio delicato e decisivo per vincere, finalmente, questa lunga e difficile battaglia che stiamo conducendo da mesi. Adesso, ancor più che in altre fasi dell'emergenza, serve uno sforzo unitario, una leale collaborazione a Roma come in tutte le regioni.

A queste parole voglio aggiungere un'ulteriore considerazione che ritengo molto rilevante. La pandemia non si batte solo con il buon governo, centrale e territoriale, con provvedimenti puntuali e tempestivi delle istituzioni, con il prezioso e insostituibile lavoro della comunità scientifica e dei nostri professionisti sanitari. L'arma in più, quella determinante, è la collaborazione attiva di ogni persona, è una consapevolezza diffusa delle nostre comunità di osservare tutte le buone pratiche per tutelare la sicurezza individuale e collettiva ed i provvedimenti adottati.

Questo risultato lo raggiungiamo in modo tanto più efficace quanto più siamo in grado, insieme, di trasmettere un messaggio di forte coesione e condivisione delle decisioni assunte. Come è del tutto evidente, infatti, le polemiche disorientano cittadini sempre più stanchi per una lunga crisi, preoccupati ed incerti per il loro futuro, perché colpiti dalle conseguenze sociali ed economiche della pandemia. Io credo che, insieme all'unità e alla responsabilità, sia indispensabile dire sempre la verità al Paese sull'andamento della pandemia che ha colpito, senza alcuna distinzione, tutti i cittadini.

Onorevoli colleghi, la prima indicazione che, per vostro tramite, voglio rivolgere al Paese è riconfermare un messaggio di fiducia: sconfiggeremo il virus, grazie alla scienza e grazie al lavoro quotidiano del nostro personale sanitario, che non smetteremo mai di ringraziare per il lavoro instancabile che svolge ogni giorno .

Dover constatare che la ricerca scientifica, con un lavoro straordinario, senza precedenti nella storia della medicina, è stata più veloce dell'aumento della capacità produttiva delle aziende impegnate sui vaccini non deve indurci in valutazioni sbagliate, I ritardi di alcune forniture, che pure ci sono, non cambieranno l'esito finale della partita in corso.

Il COVID, con il progressivo aumento delle consegne dei vaccini, è destinato ad essere arginato. Non è una frase retorica, priva di fondamento, continuare ad affermare che finalmente vediamo la luce in fondo al tunnel. Più avanti, mi soffermerò sulla campagna vaccinale, ma da subito mi premeva dichiarare con nettezza un messaggio di rinnovata fiducia sul nostro futuro.

Il secondo messaggio vuole e deve essere altrettanto chiaro: in quest'ultimo miglio non possiamo assolutamente abbassare la guardia. Non ci sono oggi, le condizioni epidemiche per rallentare le misure di contrasto alla pandemia. Quella che esprimo è una valutazione condivisa e supportata dai nostri scienziati, dall'Istituto superiore di sanità, dal Consiglio superiore di sanità e dal nostro Comitato tecnico-scientifico. A proposito di questo organismo, che va innanzitutto ringraziato per il prezioso lavoro svolto in questi mesi, tutto quel che si può fare per renderlo più agile e tempestivo è sicuramente utile al nostro lavoro e anche l'idea di una comunicazione più univoca e di un portavoce unico è una proposta che può essere considerata positivamente.

Non sottovalutare le difficoltà e i rischi è indispensabile per tentare di evitare una nuova diffusione incontrollata del contagio, che metterebbe nuovamente in crisi i nostri ospedali e renderebbe più difficile la campagna di vaccinazione. Non è un problema italiano: è il mondo nel quale viviamo che non è in condizioni di sicurezza, perché è ancora forte la circolazione del virus, perché si fanno strada varianti con un tasso di contagiosità elevato e perché resta ancora troppo alto il numero delle vittime.

Dire la verità al Paese è un obbligo che tutti dobbiamo avvertire molto forte, anche quando queste verità sono scomode da raccontare. I dati, come sempre, sono più chiari e precisi delle parole: in Europa ci avviciniamo alla soglia di un contagiato ogni dieci abitanti e siamo a un deceduto ogni 530 abitanti. Un contagiato ogni dieci abitanti in Europa credo sia un dato che esprima da solo la forza e la pericolosità di questo virus che stiamo combattendo. Nel mondo siamo a 112 milioni di casi confermati dall'inizio della pandemia e a 2 milioni e mezzo di persone che hanno perso la vita per il COVID.

Senza dilungarmi in una serie troppo lunga di dati - tutti molto interessanti per capire meglio il fenomeno - mi limito a richiamare una notizia riportata nei giorni scorsi dai giornali di tutto il mondo.

Una notizia terribile nella sua drammatica evidenza: nella grande America, negli Stati Uniti d'America, il virus ha provocato più morti della Prima e della Seconda Guerra mondiale e della guerra in Vietnam.

Prima di analizzare nel dettaglio la situazione italiana, vorrei molto brevemente ricordare le misure attualmente in vigore in alcune delle principali nazioni europee.

La Gran Bretagna è in lockdown da due mesi; è il terzo lockdown in un anno e solo l'8 marzo riaprirà le scuole. Il Portogallo è in lockdown. La Spagna ha adottato un sistema differenziato, con misure molto restrittive. In Germania, che nell'ultima settimana ha registrato solo 7.000 casi al giorno, fin dalla metà di dicembre è stato istituito un lockdown generale, il secondo per loro, con chiusure delle scuole, massima implementazione del lavoro a distanza e chiusura degli impianti sciistici. La sospensione del lockdown è prevista per marzo, ma la Merkel ha già annunciato che sarà necessario un rilascio progressivo delle misure, anche in considerazione dell'insidiosa presenza delle varianti. In Francia continuano a perdurare importanti misure restrittive, con chiusura di bar e ristoranti ininterrotta da ottobre e coprifuoco che, dalla metà di gennaio, è stato anticipato alle ore 18 e dura fino alle 6 del mattino. Gli impianti di risalita nelle località sciistiche rimangono chiusi e non si prevede un vero e proprio avvio della stagione invernale. Nonostante queste misure, il Paese ha registrato, nell'ultima settimana, una media di 22 mila casi al giorno. Per la prima volta anche la Svezia, che non ha mai adottato misure severe di contenimento, si è dotata di una legge nazionale che conferisce al Governo il potere di decidere lockdown totali. Mi sembra, dunque, evidente che le principali nazioni europee, governate da maggioranze e forze politiche di diverso orientamento, hanno scelto, dopo la prima ondata, una linea comune di massimo rigore per arginare la diffusione della pandemia.

L'Italia si muove nel solco di questa linea europea di prudenza, di cautela e di primato della difesa del diritto alla salute. Questa valutazione ha portato il Governo, già lunedì scorso, ad approvare in Consiglio dei Ministri il decreto che proroga al 27 marzo il divieto di spostamenti tra regioni e il limite delle due persone per le visite alle abitazioni private in area gialla e in area arancione. Credo sarebbe un grave errore se all'improvviso, senza una chiara evidenza scientifica confortata da robuste analisi epidemiologiche, affrontassimo in modo diverso dalle grandi nazioni a noi vicine la parte finale della lunga emergenza sanitaria che stiamo vivendo. È una pericolosa illusione immaginare di poter vincere una sfida globale come la pandemia senza una forte dimensione europea delle nostre iniziative, sul cui coordinamento internazionale dobbiamo continuare a investire. Differenziare le misure sul piano regionale, legando le scelte a parametri scientifici, ci consente di agire in modo proporzionale alla effettiva situazione di contagio di ciascun singolo territorio e ci ha permesso finora di non ricorrere ad altri lockdown generalizzati oltre al primo del marzo scorso. Non dobbiamo dimenticare che altri Paesi in Europa, come prima ricordavo, ne hanno fatti due o addirittura tre di lockdown. I parametri che portano alla definizione delle zone di rischio sono stati adottati sulla base di valutazioni scientifiche e sono sempre stati condivisi dalle regioni. Ritengo sia utile in questa fase, anche alla luce dell'impatto delle varianti, favorire un nuovo confronto con un tavolo tecnico tra esperti dell'Istituto superiore di sanità, del Ministero della Salute e delle regioni per valutare il quadro in cui ci muoviamo. Analizzando con serietà la curva del contagio, stando rigorosamente ai numeri e alle valutazioni che ogni settimana registra la cabina di regia, che, come è noto, è composta da 9 membri, di cui 3 del Ministero della Salute, 3 dell'Istituto superiore di sanità e 3 da rappresentanti delle regioni, allo stato delle cose è fondamentale mantenere un approccio di grande prudenza. È vero: anche grazie alle misure severe adottate durante le festività di Natale, il nostro tasso di incidenza, oggi in Italia, è attualmente migliore di quello rilevato in molti altri Paesi europei. Ma i dati epidemiologici vanno letti nella loro progressiva evoluzione e non staticamente. È già avvenuto, nel corso di questa pandemia, che nel nostro Paese il peggioramento della curva del contagio ci colpisse con qualche settimana di ritardo.

La cabina di regia, nel suo ultimo monitoraggio, evidenzia che in Italia si confermano, per la terza settimana consecutiva, segnali di tendenza a un graduale incremento dell'evoluzione epidemiologica. L'incidenza settimanale supera la soglia dei 200 casi per 100 mila abitanti in 3 regioni; l'incidenza nazionale rispetto alla settimana precedente passa da 133,13 a 135,46 per 100 mila abitanti. L'incidenza settimanale è, dunque, ancora lontana dal livello di casi - 50 alla settimana ogni 100 mila abitanti - che consentirebbe, su tutto il territorio nazionale, l'identificazione e il tracciamento dei loro contatti, azione su cui dobbiamo continuare a investire con ogni energia.

Il numero di nuovi casi non associati a catene di trasmissione aumenta e passa da 28.360 a 29.196. Con incidenza alta e crescente, si riduce la capacità di di prevenzione dei sistemi sanitari regionali e, conseguentemente, aumentano i rischi di diffusione incontrollata. Con questo livello di incidenza, abbiamo le terapie intensive, in 5 regioni, sopra la soglia critica del 30 per cento. Mediamente, a livello nazionale, esse sono occupate al 24 per cento, ma con fortissime variazioni da regione a regione. Negli ultimi giorni si consolida un aumento complessivo del numero di persone ricoverate. L'Rt medio calcolato sui casi sintomatici è, nell'ultimo rilevamento, pari a 0,99, in crescita rispetto alla settimana precedente e con un limite superiore che supera l'1. Dieci regioni e province autonome hanno un Rt puntuale maggiore di 1, di cui 9 anche nel limite inferiore, in aumento rispetto alla settimana precedente. Fuori da tecnicismi, questo significa che l'Rt si avvia, con le misure attualmente in vigore, a superare la soglia di 1. Anche i non addetti ai lavori hanno ormai imparato che con un Rt superiore a 1, il numero di contagi quotidiani aumenta costantemente in modo sempre più significativo. Un nuovo aumento nel numero di casi potrebbe rapidamente portare a un sovraccarico dei servizi sanitari, visto il contesto di incidenza molto elevata con numerose persone ricoverate già in area critica.

Più in generale, io credo che per affrontare positivamente quest'ultimo miglio, mentre va avanti la campagna di vaccinazione, sia fondamentale non perdere mai la memoria dei mesi che sono alle nostre spalle e dei sacrifici e delle perdite che abbiamo dovuto pagare. Tutti gli studi epidemiologici ci dicono che c'è un rapporto molto stretto, diretto, tra la curva del contagio e le misure di contenimento adottate: è così in Italia, in Europa e nel mondo. I numeri, ancora una volta nella loro evidenza, non lasciano spazi per dubbi interpretativi. Il 20 marzo, nella giornata più drammatica della prima ondata, abbiamo registrato 6.237 casi, con un numero di tamponi chiaramente molto limitato. Dopo il lockdown, a luglio, la media giornaliera era scesa a 237,4 casi al giorno. In estate, con un allentamento delle misure e alcune riaperture, siamo passati dai 778 casi di luglio e 1.608 di agosto ai circa 10.000 casi di media a settembre e a ottobre siamo arrivati a 183.234 casi a settimana. Poi, con un rafforzamento delle misure previste con le tre fasce, abbiamo superato quei mesi e ancora le festività natalizie. Nella indiscutibile chiarezza di questi numeri c'è la ragione di fondo che ci spinge a essere particolarmente prudenti, tanto più in questa fase in cui si diffondono varianti molto più contagiose. La presenza di queste varianti condizionerà l'epidemia nel suo complesso. La variante inglese è ormai diffusamente presente in gran parte del nostro territorio nazionale. L'ultimo studio dell'Istituto superiore di sanità ha certificato la sua presenza nel 17,8 per cento dei casi. Questo dato è in forte crescita a causa di una sua maggiore velocità di trasmissione di circa il 35-40 per cento rispetto al ceppo originario. Questa variante presto sarà prevalente nel nostro Paese, come già lo sta diventando negli altri Paesi europei. Non vi è alcun dubbio che questa maggiore velocità di diffusione renda più difficile il controllo del virus e renda indispensabile alzare ancor più il livello di guardia del nostro Paese.

Fortunatamente, però, questa variante, emersa per la prima volta nel Kent, e ormai diffusa in tutta Europa, non compromette l'efficacia dei vaccini. Altre due varianti, la brasiliana e la sudafricana sono maggiormente insidiose, in quanto potrebbero ridurre, seppur parzialmente, l'efficacia vaccinale. Studi e ricerche sono in corso per approfondire il loro impatto e la loro resistenza ai vaccini; essendo la loro circolazione, per ora, ristretta ad alcune parti puntuali del territorio nazionale, è ancora possibile contenerne la diffusione, purché vengano adottate ed applicate, con tempestività, misure molto rigorose. Queste possono chirurgicamente circoscrivere i piccoli focolai, favorendo il distanziamento all'interno dell'area colpita ed evitando la mobilità verso l'esterno. A seguito della comparsa delle varianti e in conseguenza dell'emergere di focolai caratterizzati da intensa attività virale, sono state implementate diverse di queste zone rosse, o arancioni rafforzate, anche a livello subregionale.

Proprio negli ultimi giorni è stata segnalata, da parte di 5 regioni, la necessità di ben 25 zone rosse, alcune decise a causa dell'insorgere di focolai epidemici dovuti a variante inglese, altre alla presenza di variante brasiliana o sudafricana. Tali misure restrittive sono indispensabili. Siamo consapevoli che esse comportano sacrifici, ma non vi è altra strada, in questo momento, per evitare un peggioramento del quadro epidemiologico. C'è tutto l'impegno del Governo a promuovere congrui ristori per quelle attività economiche ed imprenditoriali che stanno pagando, a caro prezzo, le misure di contenimento e di mitigazione. Questo, a mio avviso, deve valere per le ordinanze nazionali firmate da me settimanalmente, che d'ora in avanti andranno in vigore a partire da lunedì, come quelle subregionali assunte sotto la responsabilità delle amministrazioni territoriali. L'evoluzione del quadro epidemiologico merita di essere seguita con la massima attenzione: dovremo verificare, passo dopo passo, se le misure siano adeguate a fronteggiare la situazione che va delineandosi.

La bussola, per me, nella scrittura del prossimo DPCM, che sarà in vigore dal 6 marzo al 6 aprile, deve essere sempre il principio di tutela e salvaguardia del diritto fondamentale alla salute, sancito dalla nostra Costituzione all'articolo 32.

Nella battaglia a questo terribile virus, che ci ha colpito così duramente, non dobbiamo avere esitazioni. Limitare la diffusione del contagio, sino a quando la campagna di vaccinazione non ci consentirà di arginare definitivamente il COVID e le sue varianti, sono i presupposti indispensabili per tornare a far crescere in modo stabile, sostenibile e giusto il nostro Paese.

La vittoria sanitaria è la prima indispensabile mattonella per far ripartire davvero il Paese, non ci può essere vera crescita economica senza sicurezza sanitaria. Accelerare la campagna di vaccinazione è anche, in questo senso, l'obiettivo fondamentale che dobbiamo e vogliamo perseguire per sconfiggere, nei tempi più rapidi possibili, il COVID; anche e soprattutto su questo tema è fondamentale non alimentare polemiche e divisioni, che finiscono solo col disorientare e scoraggiare gli italiani.

Mi rivolgo a tutte le forze politiche: il buon esito della campagna di vaccinazione è obiettivo di tutto il Paese, non di una parte. Il nostro è un grande Paese in grado di vaccinare centinaia di migliaia di cittadini al giorno. Le regioni stanno ulteriormente rafforzando la loro capacità organizzativa. Al personale delle ASL, a quello reclutato dal Commissario straordinario, ai medici della sanità militare si sono aggiunti, con l'accordo che domenica sera abbiamo siglato con tutte le organizzazioni sindacali, i nostri medici di famiglia e voglio ringraziarli tutti La loro adesione è un fatto molto importante, perché si tratta di oltre 40 mila professionisti che, con la loro presenza capillare in ogni singolo angolo del Paese e con il loro rapporto fiduciario con gli assistiti, assicureranno alla nostra campagna di vaccinazione nuova linfa appena avremo a disposizione un numero adeguato di dosi di vaccino fuori dalla catena del gelo. Abbiamo, dunque, una squadra di vaccinazione articolata e molto forte, pronta a svolgere con passione e professionalità questo lavoro decisivo, per fermare definitivamente la diffusione del COVID nel nostro Paese. Il lavoro per organizzare sempre meglio la campagna di vaccinazione va avanti da mesi, senza un attimo di sosta.

Giorno dopo giorno le regioni e la struttura del Commissario stanno attrezzando sempre più punti di vaccinazione. Il sistema informatico funziona adeguatamente e si procede a un ulteriore miglioramento nella logistica di supporto. E' decisiva, per una risoluta ed effettiva accelerazione della nostra campagna vaccinale, la consegna puntuale delle dosi che abbiamo, per tempo, opzionato. L'Italia non si rassegna alla riduzione delle dosi che, sulla base dei contratti siglati dalla Commissione europea, definisce nel 13,46 per cento la quota di vaccini spettanti al nostro Paese per ogni accordo sottoscritto.

Con i vertici delle istituzioni comunitarie, d'intesa con le grandi nazioni europee, stiamo esercitando il massimo di pressione nei confronti delle aziende produttrici, affinché si trovino soluzioni necessarie al fine di aumentare la produzione dei vaccini. Per affrontare e risolvere questo problema vanno perseguite tutte le soluzioni possibili, nessuna esclusa. Come hanno sostenuto prestigiose personalità della comunità scientifica, del mondo politico e religioso, dell'associazionismo e del volontariato, dinanzi ad un'emergenza sanitaria di queste dimensioni, non regge l'idea di una proprietà esclusiva dei brevetti. Produrre vaccini deve essere considerato un bene da mettere a disposizione di tutti i Paesi del mondo: di quelli ricchi e fortemente sviluppati; ma sicuramente anche di quelli maggiormente in difficoltà con sistemi sanitari più fragili.

Il vaccino deve essere un bene comune, accessibile a tutte le donne e gli uomini della terra, un diritto di tutti, non un privilegio di pochi.

Il nostro Paese, che sin dall'inizio della pandemia ha promosso e sostenuto l'iniziativa comunitaria per l'acquisto centralizzato dei vaccini, sempre d'intesa con la Commissione europea, è al lavoro da tempo per verificare concretamente la possibilità di mettere a disposizione impianti farmaceutici italiani per accelerare la produzione. Più in generale, la scelta che il Governo intende promuovere con determinazione è quella di continuare ad investire per sostenere e sviluppare il sistema industriale italiano della farmaceutica, che è un strategico fondamentale per il nostro Paese. Non per coltivare un'illusoria autosufficienza nazionale, ma per essere un sempre più forte ed autorevole del sistema produttivo europeo e mondiale. Quello farmaceutico è un settore industriale strategico nel quale l'Italia, nel vivo della pandemia, ha già investito per la produzione degli anticorpi monoclonali con il lavoro prezioso di Toscana life Sciences e per sostenere la produzione del vaccino italiano realizzato da ReiThera, anche grazie al lavoro dell'Istituto Spallanzani. Voglio anche ricordare che il vettore virale del vaccino di AstraZeneca viene dagli IRBM di Pomezia e che l'infialamento, sia per AstraZeneca, che per Johnson & Johnson avviene ed avverrà alla Catalent di Anagni.

Con il progressivo aumento della consegna delle dosi potremmo accelerare l'attuazione del piano strategico vaccinale presentato al Parlamento il 2 dicembre e la sua successiva integrazione passata in Conferenza Stato-Regioni nella seduta del 3 febbraio.

Gli obiettivi strategici ai quali lavoriamo, in un rapporto quotidiano molto stretto con tutte le regioni italiane e con la struttura del commissario all'emergenza, sono tre: innanzitutto ultimare il più rapidamente possibile la prima fase della nostra campagna vaccinale, per mettere in sicurezza tutto il nostro personale sociosanitario, le RSA e i cittadini italiani con più di ottant'anni: sono le categorie più esposte, quelle che hanno pagato il prezzo più alto in termini di vite umane, nella prima e nella seconda ondata della pandemia. I primi segnali di immunità di queste categorie sono già ben visibili e rappresentano un incoraggiante segnale di speranza per tutti noi. Voglio ricordare che 6 decessi su 10, 6 decessi su 10 nel nostro Paese sono avvenuti tra persone con più di ottant'anni, vaccinarle significa metterle in sicurezza e significa salvargli la vita. Daremo ora la massima attenzione alle categorie particolarmente fragili, affette da uno o più patologie gravi, così come individuate d'intesa con il consiglio superiore di sanità.

Permettetemi di ringraziare ancora il Comitato nazionale di bioetica per i preziosi suggerimenti nella definizione di questa difficile partita. Parallelamente - e questo è il terzo obiettivo - sono state avviate le prenotazioni e le prime vaccinazioni per il personale scolastico, che rappresenta una priorità per alzare la sicurezza nelle nostre scuole e favorire la didattica in presenza, e per il personale dei servizi pubblici essenziali; per queste immunizzazioni è utilizzato il vaccino AstraZeneca, che ad oggi è riservato alle persone con meno di 65 anni.

Si tratta, come vedete, di un lavoro imponente. Ai milioni di italiani che aspettano il loro turno per essere vaccinati, ripeto, in conclusione, il messaggio di fiducia e di speranza che ho rivolto loro all'inizio del mio intervento. La comunità scientifica internazionale ha compiuto un'impresa senza precedenti, rendendo possibile la produzione in tempi record di vaccini sicuri ed efficaci. Il loro lavoro sta proseguendo in queste settimane, studiando l'efficacia dei vaccini in relazione alle nuove varianti del COVID, che si stanno diffondendo in tutto il mondo.

La produzione di vaccini per miliardi di persone, come è del tutto evidente, ha messo a dura prova il sistema industriale di riferimento. Ci sono ritardi nella consegna delle dosi, che presto però verranno superati, ma la campagna di vaccinazione non si ferma, va avanti e, giorno dopo giorno, aumenterà la quota di cittadini immunizzati.

L'Italia è un grande Paese, che, insieme all'Unione europea, alla comunità scientifica internazionale e ai nostri professionisti sanitari, sarà all'altezza di questa sfida.

Guarda il video: 


Resoconto stenografico della seduta 462 di mercoledì 24 febbraio 2021
Fonte: Camera dei Deputati 

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Data di pubblicazione: 24 febbraio 2021