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Il portale informa - Primo piano - Welfare delle opportunità


L'ipotesi è quella di un Welfare delle opportunità, un Welfare che interviene nel ciclo di vita operando a rafforzare l'autosufficienza della persona in modo da prevenire il formarsi del bisogno nella fase successiva della vita stessa. Questo Welfare, quindi, si fonda sulla capacità di offrire continuamente opportunità a cui corrispondono, o devono corrispondere, responsabilità della persona destinataria. È un Welfare che conserva un carattere universale, ma che ovviamente deve saper coniugare la caratteristica dell'universalità con quella della personalizzazione e anche della selezione dell'intervento, perché i bisogni non si presentano in modo uguale in tutte le persone. Sono bisogni che hanno una loro gerarchia e che devono essere affrontati non più in modo segmentato o, meglio, non attraverso azioni segmentate, ma intervenendo sulla stessa antropologia della persona.

Questo pone la necessità di una direzione politica unitaria che voglia operare per la riconfigurazione del nostro modello sociale secondo una definizione che troverete in testa al “Libro verde”, quella della "vita buona" nella società attiva. La "vita buona" - come sapete - è una definizione variamente e nobilmente utilizzata da Aristotele a Sant'Agostino, che potremmo sintetizzare in "salute, lavoro, affetti, riposo". Ciò a cui mira questo modello sociale è la pretesa di offrire le condizioni perché responsabilmente ciascuna persona possa godere di una complessiva "vita buona", di un benessere, così sinteticamente definibile, nel contesto della società attiva, e società attiva, purtroppo, noi oggi lo siamo in misura assolutamente insufficiente. La società attiva si configura per alti tassi di natalità, alti tassi di scolarizzazione, di apprendimento continuo, di mobilità sociale, di occupazione, e purtroppo è quello che in questo momento non siamo: la nostra non è una società attiva.

Il concetto di società attiva ha molte valenze ai fini dello specifico tema della salute. Lo stesso “Libro verde” della Commissione europea stabilisce un nesso doveroso, ormai acquisito, fra salute e prosperità economica, ma nel concetto di “società attiva” c'è qualcosa di più che la prosperità economica. L'attività significa possibilità per la persona di esprimere, lungo tutto l'arco della vita, il proprio potenziale. Queste potranno sembrare definizioni un po' ambiziose, retoriche, scontate, probabilmente, ma non lo sono non solo se confrontiamo la visione e l'ambizione di questo nuovo modello sociale con la realtà di cui oggi disponiamo, ma anche se poi consideriamo meno prosaicamente le conseguenze di una società poco attiva com'è la nostra sulla sostenibilità del modello sociale stesso.

La nostra è una società con bassi tassi di natalità – con condizioni quindi di squilibrio demografico –, bassi tassi di apprendimento (stando ai dati contenuti nel rapporto PISA dell'OCSE) e, nonostante le riforme prodotte nell'ultimo decennio (mi riferisco alle riforme Treu e Biagi), con bassissimi tassi di occupazione, con fenomeni di esclusione che riguardano in misura significativa segmenti sociali, dai giovani a gran parte delle donne, a quelli che vengono chiamati impropriamente anziani, gli over 55, i quali hanno in realtà un'aspettativa di vita di circa trent’anni, e ciò nonostante vengono esclusi. I tassi di inattività sono purtroppo in crescita, come ci rivela il rapporto annuale dell’ISTAT presentato nei giorni scorsi.

(Fonte: Audizione al Parlamento del Ministro Sacconi - 5 giugno 2008)